La realtà supera sempre la fantasia

Posted on 17th April 2012 in taccuino

L’antitrust multa per 200mila euro l’Oreal per pratica commerciale scorretta nella pubbblicita’ di un prodotto anti caduta dei capelli a marchio Dercos. In particolare, l’Autorita’ ritiene ingannevole il messaggio che promette una riduzione della caduta dei capelli del 72%. I messaggi pubblicitari, rileva l’Autorita’, “sono rivolti ad una categoria di consumatori ampia e varia, costituita da soggetti che versano in una condizione di calvizie, che puo’ essere differente l’una dall’altra, in ragione della causa e della gravita’ relativa al diradamento in atto, nonche’ del genere, maschile o femminile, del soggetto interessato”. Si tratta comunque di “destinatari particolarmente vulnerabili in conseguenza dello stato patologico in cui si trovano, ragion per cui si richiede una valutazione rigorosa circa la veridicita’, trasparenza e correttezza dei messaggi pubblicitari veicolati dagli operatori del settore”.  Chi mi conosce sa che sopra la mia testa non c’è sicuramente la stessa chioma di Bob Marley ma nè io nè altri fratelli “pelati” per questo ci siamo mai considerati afflitti da patologia.

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Church 2.0

Posted on 14th April 2012 in taccuino

Vocazioni vacanti? Scenari economici disastrosi? Lavoro che scarseggia? 
La Chiesa  spagnola ha risposto.

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Seminario 18 aprile – Un patrimonio invisibile e inaccessibile. Idee per dare valore ai depositi dei musei statali

Posted on 13th April 2012 in taccuino
Cosa si nasconde nei depositi dei musei statali? Un ricco patrimonio di opere per niente valorizzato, oppure uno sparuto gruppo di beni artistici poco pregiato e numericamente poco consistente? 

A queste domande ha cercato di dare risposta uno studio dell’Istituto Bruno Leoni dal titolo: “Un patrimonio invisibile e inaccessibile. Idee per dare valore ai depositi dei musei statali”, di Maurizio Carmignani, Filippo Cavazzoni e Nina Però.

Lo studio verrà presentato e discusso mercoledì 18 aprile 2012 presso l’Aula seminari dell’Università IULM. L’incontro – organizzato dal Ce.St.Art. – avrà inizio alle ore 15,30. Introdurrà e coordinerà i lavori Giancarlo Graziani (Docente di Mercato dell’arte e dell’antiquariato, Università IULM), presenteranno lo studio Maurizio Carmignani (Consulente direzionale ed economista della cultura, dei territori e del turismo) e Filippo Cavazzoni (Direttore editoriale, Istituto Bruno Leoni), a discutere e a commentare i contenuti dello studio saranno invece Paolo Biscottini (Docente di Museologia, Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore, Museo Diocesano di Milano), Matteo Montebelli (Responsabile area ricerche e pubblicazioni, Centro Studi Touring Club Italiano), Marilena Pirrelli* (Responsabile Plus24-ArtEconomy24, Il Sole 24 Ore) e Pietro Ripa (Dirigente Area Research, MPS Group).
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Cosa hai da farmi vedere? Un panorama

Posted on 9th April 2012 in taccuino

Lugano, swiss mediterannean style. Lo slogan è divertente ma immaginarsi uno svizzero che cerca di fare il napoletano fa ridere poco. La Svizzera è quel che è, piccola e ricca, divisa in cantoni per questioni culturali e linguistiche, noiosa il giusto anche perchè organizzata in modo perfetto. Per questo sono capaci di venderti anche una cosa semplice come un panorama. Arrivi e parcheggi subito, fai una fila indiana senza subire una spinta, compri un bliglietto e sali sulla funicolare.

Con il biglietto della funicolare (bella chicca quella di fare il tetto del “vagone” trasparente) se volevi potevi comprare direttamente anche il pasto nel ristorante panoramico posto in cima al monte di 1000 mt su cui siamo saliti.
Arrivi su e cosa hai da fare? Nulla, oltre gustarti un bel panorama.

Ovviamente abbiamo anche mangiato, ripeto, oltre il panorama nulla di rilevante. Però tutto ben organizzato e chiaramente in punto.

 

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Il pazzo è colui che ha perso tutto tranne la ragione (Gilbert K. Chesterton)

Posted on 6th April 2012 in quaderno

Vi cavo subito di impaccio, c’è il rischio di diventar pazzi a dover subire folli e continui interventi da parte di un gruppo di accademici e tecnici che hanno deciso di salvare il paese. Il problema è che stanno intervenendo sul paese che immaginano che guarda caso è distante mille miglia da quello reale.

La mia giornata di ieri inizia molto presto con la lettura di giornali, notizie e approfondimenti vari e diventa presto interessante grazie ad un delizioso ossimoro che incontro passeggiando trasversalmente tra rubriche di quotidiani, approfondimenti su grandi testate oltre a quanto di meglio riesco ad apprendere tramite i suggerimenti dei miei amici virtuali collegati con facebook e twitter.

Inventarsi un lavoro è l’editoriale della Prof.ssa Irene Tinagli che raccolgo tramite la bacheca di facebook e che subito desta la mia attenzione per il sottotitolo: la disoccupazione giovanile aumenta, i giovani come possono fare? come si possono aiutare a inventare nuovi lavori? L’editoriale è costruito attraverso una base di informazioni e numeri desunte da due indagini recenti. La prima, condotta su persone italiane fino a trentacinque anni, ci dice che  il 24% degli intervistati accetterebbe «qualsiasi lavoro, anche pagato male, basta che sia sicuro e a tempo indeterminato e senza alcun rischio», il 16% preferisce «fare sacrifici per qualche anno per mettere soldi da parte e iniziare una sua attività indipendente». La Tinagli prosegue confrontando i dati  un’indagine condotta dalla Gallup Organization negli USA:

  •  il 77% dei giovani intervistati dichiara di voler essere «boss di se stesso»;
  • il 45% di voler fare la propria impresa;
  • il 42% si dice convinto che inventerà qualcosa che cambierà il mondo
  •  il 91% sostiene di non avere paura ad assumersi dei rischi;
  • l’85% dice di «non mollare mai» quando desidera raggiungere un obiettivo.

Ci sono alcune cose che sono molto difficili da ottenere: la curiosità, l’autonomia, la versatilità e l’intraprendenza sono fra queste. Esistono alcune categorie professionali che per forza di cose ne incorporano alcune, o almeno dovrebbero. Sicuramente gli imprenditori sono fra questi. Chiudendo il ragionamento, banale banale, viene in mente che il sistema culturale, pedagogico e normativo dovrebbe favorire lo sviluppo dell’educazione alla curiosità, alla versatilità, all’intraprendenza, creando anche un sistema di regole che supporti lo sviluppo perchè i benefici che ne deriverebbero sarebbero utili a tutti quanti. Il famoso bene comune, costruito non con la realizzazione di un disegno pensato da un gran cervellone ma attraverso singoli contributi quasi inconsapevoli messi insieme da chi lavorando per sè, in un contesto chiaro e trasparente, finisce per lavorare anche per gli altri. 

Inciampo in una lettera di un imprenditore pubblicata su Linkiesta e casca l’asino la prima volta. Scrive che ha deciso di andarsene perchè qui, in Italia, l’attività di impresa non si riesce a fare e allora se ne andrà in Svizzera per mantenere la giusta distanza, nè troppo lontano, nè immerso nel ventre italico. In Svizzerà pensa che si può e ci va. Alidlà delle scelte personali di
questo imprenditore è la fredda e puntuale analisi che mi colpisce in pieno:”Non si intravedono margini di miglioramento, anche con il tanto decantato governo tecnico, poichè la politica ritornerà presto e ritornerà ad ingrassare la spesa pubblica e il carico sulle spalle delle generazioni future. L’ottusità dell’opinione pubblica, così abilmente guidata verso alcune cause che ne cancellano completamente il pensiero per rafforzarne la fanatica manifestazione di volontà pilotate (vedi evasione, Tav, articolo 18…) non mi fa sperare in un’imminente presa di conoscenza generale che possa veramente arrivare a cambiare il Paese”. Questo imprenditore fa scelte pazze perchè ha perso tutto (speranza, motivazione, curiosità) ma non la ragione.

Arriva il pomeriggio ed iniziano a visualizzarsi sugli schermi dei pc le prime pagine dei giornali che riportano gli esiti del palleggio sulla riforma del mercato del lavoro di cui vi ho scritto nel post precedente. Inizio a leggere e mi ritrovo a pensare all’articolo della Tinagli, alle caratteristiche da sviluppare nel gruppo degli italiani fino a trentacinque anni, alle differenze rispetto ad altri contesti. Chi altro oltre agli imprenditori è un inventore del proprio destino, uno capace di creare il proprio lavoro investendo e rischiando? Le famose Partite IVA. Sono 3,5 milioni, svolgono un lavoro indispensabile e di elevata competenza, ma non godono degli stessi diritti e riconoscimenti di altri lavoratori e professionisti. Il popolo delle partite Iva e dei professionisti autonomi senza Ordini e albi.

E qui casca l’asino un’altra volta. Infatti, il Ministro Fornero, tiene la barra dritta, cede un po’ sull’articolo 18 facendo un pastrocchio degno di un allievo che va a braccio su un argomento che conosce appena e affonda il colpo su un numerosissimo gruppo di persone di cui, appare chiaro, non sa nulla. Sicuramente meno che del mondo degli operai e degli impiegati.

Dall’aumento della contribuzione pensionistica (dal 27% al 33%) all’esclusione dall’Aspi, il nuovo ammortizzatore sociale, fino alle norme sulle finte partite Iva. Il disegno di legge prevede un incremento annuo di 1 punto percentuale, dall’attuale 27% al 33% nel 2018, per tutti i soggetti che versano nella Gestione Separata dell’INPS. Quindi anche per i lavoratori indipendenti con partita IVA: quelli che per intendersi si confrontano sul mercato con altri professionisti con casse indipendenti che pagano una contribuzione che si aggira mediamente intorno al 14% e molto più dei dipendenti (che teoricamente versano il 33% ma a partire da una diversa base di calcolo; nella realtà la loro contribuzione pensionistica è intorno al 25%). Una palese violazione dell’equità, tanto sbandierata.
Nel disegno di legge c’è poi un dispositivo che formalmente è contro le “false” partite IVA, ma che nei fatti rischia di cancellare i veri lavoratori indipendenti con partita IVA. Si stabiliscono infatti tre condizioni:
(1)   durata della collaborazione superiore a sei mesi;
(2)   valore della collaborazione superiore al 75% del reddito annuo;
(3)   postazione di lavoro presso il committente.
Se ricorrono almeno due di queste condizioni il rapporto non è più indipendente e regolato da partita IVA, ma diventa di collaborazione coordinata e continuativa. In pratica, se all’inizio dell’anno, ti viene proposta una consulenza annuale importante e tu ritieni che potrebbe rappresentare per te oltre il 75% del tuo reddito annuale NON PUOI ACCETTARLA e devi chiedere una collaborazione coordinata e continuativa. 
Siccome al peggio non c’è fine hanno pensato di creare ulteriori nuove tasse per finanziare i nuovi ammortizzatori sociali da cui quelli che dovrebbero far parte di quelli propensi al rischio e all’innovazione sono esclusi, e poi ci si domanda perché in Italia le persone fino a trentacinque anni per il 24% accetterebbero «qualsiasi lavoro, anche pagato male, basta che sia sicuro e a tempo indeterminato e senza alcun rischio».

 Allora, chi sono i pazzi?

 

 

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A proposito di articolo 18, lavoro protetto? la crescita rallenta

Posted on 1st April 2012 in taccuino

Le asimmetrie da combattere in un articolo che arricchisce e completa la mia breve analisi socio economica sul mercato del lavoro e la proposta di riforma al vaglio del parlamento. http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002973.html

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Articolo 1. L’Italia è una repubblica democratica? Fondata sul (posto di) lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme (quali?) e nei limiti della Costituzione.

Posted on 1st April 2012 in quaderno

L’attuale scenario economico, sociale e politico italiano è abbastanza triste e desolante, i segnali deboli che rischiano di fungere da preludio ad un probabile peggioramento della situazione si arricchiscono ogni giorno di un maggiore spessore e di una fiamma che li rende sempre più luminosi e pericolosi:

  • il nostro professore primo ministro si gonfia come uno scolaretto a cui è andata bene un’interrogazione perché viene citato dal presidente Obama a latere della conferenza sul nucleare di Seul;
  • la distanza trasforma il nostro primo ministro che trasborda, da freddo e sobrio tecnico salvatore a tempo determinato della patria a una versione lunga e snella dell’uomo azienda sondaggista per eccellenza e la spara:”Io ho la fiducia degli italiani, i politici no”…”il governo sta godendo di un alto consenso nei sondaggi, i partiti no”. Ieri, 30 marzo, tramite una lettera al Direttore del Corriere della Sera si dice molto rammaricato perché sostanzialmente è stato travisato e ci spiega che la politica è importante ed i partiti sono fondamentali;
  • il ministro preposto alla creazione del famigerato sviluppo Corrado Passera, a seguito di una giornata nera in borsa ci dice serenamente che “siamo nel pieno di una seconda recessione e questo trend, … durerà tutto l’anno”. La ricetta proposta parla già il politichese spinto, il ministro infatti si affretta a spiegare che …”per uscirne al più presto è necessario accelerare sulle riforme strutturali…con determinazione e coraggio già nel corso dell’anno saranno possibili “cambi di velocita“?! Il ministro avrà deciso di comprarsi una Ferrari? In ogni caso sono più o meno le stesse cose che si sentono dire da venti anni a questa parte, magari questo ministro avrà effettivamente più coraggio e delle cose si faranno. Vedremo, ad ora il debito pubblico, nonostante i salvatori, continua a crescere e siamo arrivati ad intravedere i 2000 miliardi che a fronte di una sicura diminuzione del PIL porterà ad un nuovo disavanzo che dovrà essere colmato, con nuove tasse, balzelli, accise, il quasi sicuro aumento dell’Iva al 23%: formule e strategie vecchie che sembrano possedere il carattere di unicità e insostituibilità.
  • Il 2011 è l’anno del record di fallimenti per le imprese italiane, 11.615 imprese hanno chiuso secondo i dati della Cgia di Mestre e almeno 50.000 dipendenti delle piccole imprese e degli artigiani hanno perso il posto di lavoro.  
  • Si contano trenta i suicidi da gennaio tra i piccoli imprenditori nel nord est.
  • G. C. era un artigiano è andato a darsi fuoco nel cortile dell’Agenzia delle entrate di Bologna.

In questo scenario viene calato il quarto trave portante della strategia tecnico bocconiana, la tanto auspicata riforma del mercato del lavoro. Il governo dopo avere aumentato le tasse e tolto le pensioni facendo scendere lo spread,  tanto hanno fatto di corsa che gli sono scappate 350.000 persone dai conti, i famosi esodati, (anche in questo caso con lo stesso stile sobrio del premier il ministro Fornero ci spiega “non ho dimenticato gli esodati. Ma nessuna di queste persone quest’anno sarà costretta a cambiare qualcosa”….”entro il 30 giugno mi sono impegnata a risolvere il problema. E magari anche prima di quella data”. Gli esodati possono dormire fra due guanciali) mette mano alla riforma del mercato del lavoro e inutili tonnellate di inchiostro si iniziano a bruciare per chiaccherare dell’articolo 18 e dintorni.

Come si articola il mercato del lavoro

a) Il 95% delle aziende italiane ha meno di 10 dipendenti e occupa il 47% degli addetti. La Repubblica fondata sul (posto di) lavoro, quel lavoro lo fonda per la metà sulla piccola, anzi piccolissima impresa che soffrendo, (11.615 imprese hanno chiuso nel 2011) grazie ad un mix peggiore di uno speedball tagliato male e formato da recessione, credit crunch, stato insolvente e sprecone, lascia sul campo sempre più persone senza rete di protezione. Casi singoli e a volte slegati che non avendo il corpaccione di Fincantieri faticano a trovare spazio sui media imperversato dall’annoso problema del famigerato totem articolo 18.

Sotto i 15 dipendenti ci sono quasi un milione e mezzo di aziende per un totale di 4,3 milioni di buste paga (su 6,3 milioni di addetti complessivi). Sopra, il numero delle aziende cala a 101.615: danno però lavoro a 7,6 milioni di persone (e scende, ovviamente, il rapporto titolari-dipendenti: gli addetti, in questa fascia, sono in tutto 7,750 milioni).

b) Le forze di lavoro (occupati e persone in cerca di occupazione) in Italia sono circa 25 milioni.

c) in Italia ci sono 2,364 milioni di dipendenti a tempo determinato e 385 mila collaboratori.

d) I lavoratori della PA a tempo indeterminato sono 3,350 milioni circa, il 55% è di genere femminile.

 e) I disoccupati sono 2,142 milioni più donne che maschietti, molto più al sud che al nord.

 f) Giovani e disoccupazione, sono il 7,1% della popolazione nella fascia dai 15 ai 24 anni.

 g) I giovani italiani ritardano enormemente il loro ingresso nel mercato del lavoro. In Italia ci si laurea tardi, spesso in prossimità dei 30 anni.

 h) Il tasso di disoccupazione, a un anno dalla laurea è aumentato. Sia per coloro che escono dalla triennale (dal 16% al 19%) che per quelli che hanno intrapreso la specialistica (dal 18% al 20%). Tra i laureati che invece lavorano aumenta il tasso di «precarietà» e diminuisce, in termini reali, il salario di ingresso.

 i) All’interno di coloro che hanno fra i 25 e i 29 anni il 31% è del tutto inattivo.

 l) I lavoratori autonomi (professionisti, commercianti ecc), le partite IVA insomma, sono 3,5 milioni.

 m) Il sistema è regolato da “appena” 46 tipi di contratti.

 Come appare il mercato del lavoro

I partiti e sindacati hanno messo su un sistema per garantire il lavoro, l’inamovibilità, la pensione ai più organizzati. Il mercato del  lavoro non supporta efficacemente le riorganizzazioni aziendali e le riqualificazioni dei lavoratori e non apre agli investimenti stranieri. I giovani sono in larga parte esclusi da qualsiasi modalità di ingresso e non ci sono stati nel recente passato particolari provvedimenti tesi a incentivare e creare l’autonomia per i giovani o a sviluppare complessivamente competenza e capacità produttiva del sistema. Con la recente riforma delle pensioni realizzata, il genitore che pensava ad un doppio lavoro, non lo potrà fare né potrà vedere aprirsi un’opportunità per il figlio.

Cosa dire del disegno di legge del ministro Fornero sul mercato del lavoro.

  •  Aumentano ancora una volta i contributi al tempo determinato, alle partite Iva, ai co.co.pro, e al tempo parziale; secondo il ministro in realtà (quasi) tutti questi contratti sarebbero dei rapporti a tempo indeterminato camuffati. Il risultato di questa scelta, il tentativo di equiparazione del lavoro in posto di lavoro, produrrà, come risultato, la diminuzione di occupazione causa aumento dei costi per le imprese che già sono in crisi di mercato e di liquidità.
  • Il meccanismo principale di entrata sarà il contratto di apprendistato che si applicherà soltanto ai giovani fino a 29 anni. Si commenta da sé.
  • Veto a fare stage per laureati e chi ha fatto un master?!?!
  • Il totem articolo 18 si cambia per i licenziamenti che riguardano motivi economici. In questi casi non ci dovrebbero essere giudici o lentezze burocratiche. Sul resto che riguarda l’art 18 non mi esprimo.

Invece di erodere la spesa pubblica (a che punto è questo lavoro di analisi sulla spending review?) per alleggerire i contribuenti, finanziare lo sviluppo e favorire l’occupazione (questo potrebbe essere un cambio di marcia da suggerire al ministro Passera) si decide per aumentare tasse e contributi e di fatto costringere le imprese, soprattutto le piccole, a mandar via persone. Quanto scommettete che i co.co.pro si pagheranno di tasca propria gli aumenti contributivi? Sulle partite Iva il ministro Fornero dimostra superficalità nella risposta ad una missiva precisa di Dario Di Vico sul Corriere della Sera. Come in tutti i passaggi dei governi precedenti i precari e gli autonomi pagheranno di più, i sindacati portano a casa l’irrigidimento della possibilità di entrata nel mercato del lavoro, se va bene a loro, va bene a tutti. Tranne al sistema. Vediamo come cambia in parlamento.

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Un patrimonio invisibile e inaccessibile

Posted on 30th March 2012 in quaderno
Cosa si nasconde nei depositi dei musei statali? Un ricco patrimonio di opere per niente valorizzato, oppure uno sparuto gruppo di beni artistici poco pregiato e numericamente poco consistente? A queste domande cerca di dare risposta il briefing paper n. 111 dell’Istituto Bruno Leoni dal titolo: “Un patrimonio invisibile e inaccessibile. Idee per dare valore ai depositi dei musei statali” (PDF).
 
Per gli autori – Maurizio Carmignani, Filippo Cavazzoni e Nina Però – “Il contributo che questo paper si prefigge di dare è legato ad una prima analisi volta a comprendere la situazione problematica […] dei beni culturali invisibili, ovvero quelli “nascosti” in magazzini e depositi statali, ipotizzando possibili soluzioni di policy al fine di valorizzarli”.
 
Il paper si compone di tre parti: una dedicata all’analisi della letteratura sui depositi dei musei; una incentrata su alcune interviste realizzate con operatori di settore (fra le altre, sono state intervistate  la responsabile dell’Osservatorio sulla catalogazione dell’ICCD; la direttrice del Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli; e la direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini, Roma); e, infine, una parte riguardante ipotesi di politiche gestionali – a legislazione vigente – al fine di valorizzare l’intera collezione posseduta dai singoli musei, e proposte per modificare il quadro normativo per ottenere una maggiore autonomia e flessibilità nella conduzione di tali istituzioni culturali e nella amministrazione delle opere artistiche ivi contenute.
 
Il briefing paper n. 111 di Maurizio Carmignani, Filippo Cavazzoni e Nina Però dal titolo “Un patrimonio invisibile e inaccessibile. Idee per dare valore ai depositi dei musei statali” è disponibile qui (PDF).
 
Un articolo di Marilena Pirrelli lo commenta sul Sole 24 ore
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Amarcord

Posted on 15th February 2012 in quaderno

Correva l’anno 2000, la bolla speculativa di Internet era prossima all’esplosione, ma in Italia ancora non l’avevamo capito bene. Io, insieme ad altri baldi giovani, complessivamente quattro uomini ed una donna (anticipavamo di molti anni le antiliberali quote rosa ;), ci occupavamo di e-business consulting attraverso l’impresa che avevamo costruito sul finire del secolo scorso e del nostro percorso universitario. La nostra missione era il community management; io mi ero laureato con una tesi intitolata “creare un villaggio per aprire un mercato” sottotitolata “la costruzione di una comunità virtuale”, lavoravamo coprendo tutta la filiera dei servizi consulenziali di alta gamma per chi si voleva accostare al web.

E-biscom, società fondata da Silvio Scaglia, attraverso la sua controllata E-bis media, fonda ilNuovo.it. Il primo giornale “vero” solo online. A guidarlo Sergio Luciano, in sua compagnia alcune firme prestigiose come Lucia Annunziata e Igor Man. Pochi mesi dopo dalla fondazione della testata il giocattolo iniziò a scricchiolare: nonostante i grandi e generosi battage pubblicitari, tanti ricavi era difficile riuscire a realizzarli. Giusto per mettere un pò più a fuoco la stagione , nel 2000, le persone connesse erano pochissime e la modalità di collegamento usuale era il modem a 56Kbps mentre i più fortunati potevano adagiarsi su una affidabile linea ISDN. Esistevano inItalia anche le connessioni più potenti, ma erano relegate al comparto “corporate” e non tutto il segmento le possedeva.
Il Direttore del IlNuovo.it, Sergio Luciano, ebbe una bella idea: utilizzare la testata come canale di contatto per creare un sistema permanente di sondaggi on line. Venimmo contattati da IlNuovo.it come consulenti “esperti” per trovare la formula giusta da vestire poi anche dal punto di vista commerciale per incrementare i languidi ricavi della nuova testata digitale. La cosa poi non andò avanti e ilNuovo.it creò un piccolo sistema di sondaggi semplice semplice ma griffato da uno dei sociologi da salotto ancora oggi molto in voga.

Vi ho raccontato questo breve spaccato della mia vita professionale per arrivare alla testata giornalistica online Linkiesta che ha compiuto un anno qualche giorno fa. Il giornale, fondato in tempi certamente diversi da quelli che vi ho brevemente descritto, sperimenta una bella formula partecipativa e organizzativa, sia sul fronte della compagine che su quello della redazione, offrendo punti di vista approfonditi e poco scontati. Ora ha lanciato il primo suo sondaggio online. Il progetto metodologico è garantito da Luca Ricolfi specialista e docente universitario, noto opinionista, sagace saggista e sociologo. Seguirò con attenzione e curiosità questa bella novità, in attesa che ci regalino la prima bella infografica con i risultati del primo sondaggio a cui ho partecipato pochi minuti fa.

A corollario di questo breve post un epitaffio sui mastodonti di carta della new economy all’italiana.

E-biscom debutta in Borsa nel marzo del 2000, un attimo prima dell’inversione di tendenza che avrebbe decretato lo sgonfiarsi della bolla della new economy e delle dot.com. La mattina del 30 marzo non e’ possibile avviare le quotazioni per eccesso di rialzo. E’ il titolo piu’ scambiato della seduta e chiude a 222 euro. Gia’ il 17 aprile e’ sceso a 196 euro. Vengono lanciati nel frattempo i servizi di tlc di Fastweb. La fusione con la controllata avverra’ nel 2004. La TV di Fastweb è senza dubbio stata antesignana del modello di TV basata sull’on demand che si sta iniziando ad affermare oggi.

Finmatica (conosciuti professionalmente) Pochi titoli come questo riassumono la storia della new economy italiana, purtroppo con risvolti molto negativi per gli azionisti e per chi investi’ i propri soldi in questa azienda di software bresciana. Finmatica sbarca a Piazza Affari il 24 novembre del 1999 a un prezzo di 5 euro. E subito scatta la corsa all’accaparramento del titolo, tanto che il giorno seguente, Finmatica schizza a 40 euro per azione, per chiudere la giornata appena sotto quel livello. Finmatica non ha ancora finito di stupire e arriva al suo record l’8 marzo del 2000, quando il titolo e’ scambiato a 191,5 euro. Ma la parabola sta per concludersi: complice lo scoppio della bolla della new economy (partendo dal crollo del Nasdaq), il trend di Finmatica si inverte definitivamente e per gli investitori non ci fu nulla da fare.

Blu, lo spot recitava “il futuro che non c’era” oggi su twitter tutti scriverebbero “il futuro che non c’è più #blu”. Primo gestore in Italia e secondo in Europa a lanciare il servizio Gprs, Blu si dimostra una delle piu’ veloci start-up nel mondo delle telecomunicazioni: a gennaio 2001, a meno di 10 mesi dal lancio, la societa’ raggiunge i 900.000 clienti e a marzo dello stesso anno supera quota 1 milione. Il 7 agosto 2001, al fine di ampliare l’offerta commerciale, la compagnia telefonica acquisisce la licenza per la telefonia fissa. L’azienda continua la sua crescita: a fine 2001, Blu ha all’attivo 1.600.000 clienti. Ma con la vendita delle quote di Mediaset a Bt e il ritiro del Gruppo Benetton, Blu entra in una fase di smobilitazione e il 6 agosto 2002 il cda della societa’ da’ il via libera al break-up dell’azienda, optando per la cessione del parco clienti (4% del mercato italiano) a Wind e a Omnitel (oggi Vodafone Italia), del capitale sociale a Tim e di altri rami aziendali a H3G. Blu spegne il suo segnale l’8 ottobre 2002.

Il tempo, come lo spazio, ha i suoi deserti e le sue solitudini  Francesco Bacone.

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L’esperto è uno che può sbagliare nella sostanza, a patto che i dettagli siano incontestabilmente esatti. Julien de Valckenaere

Posted on 12th February 2012 in taccuino

Lavoro raramente con la radio in sottofondo, se succede di solito finisce che ascolto la radio oppure mi spazientisco e per lavorare meglio la spengo. Questa mattina la accendo e, mentre sbircio un documento con gli occhi, con l’orecchio sinistro sento cosa arriva dal giornale radio. “Negli ospedali scattano i controlli dei Nas”, dopo anni di litania disforica, un anno sì e due no, sul numero eccessivo dei parti cesarei in Italia, un Ministro, a cui immagino sia stato richiesto di risparmiare qualche soldino, decide di capire se c’è del marcio rispetto al record di interventi. Leggendo i dati del ministero della Salute si può credere che si possa venire al mondo solo grazie all’aiuto del bisturi. Il  negativo record tocca l’apice in Campania con il 61,6%, la Sicilia si attesta sul 52%, il Lazio si presenta con un 43%. In coda i soliti virtuosi: il Friuli si ferma al 23%, la Toscana al 24%. Perchè? Risposta facile facile: un taglio cesareo è rimborsato a ospedali e cliniche come un’operazione chirurgica (si arriva a 2.500 euro) mentre una cifra molto più bassa (dai 1.000 ai 1.400 euro) viene corrisposta per un parto naturale. Questa cosa è nota da anni. Chiusura del cerchio e ritorno al titolo: questa è la sostanza, per i dettagli esatti del caso cercate un esperto.

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