Il potere e le sue nuove forme

Posted on 27th January 2016 in quaderno

Il potere, dice Gareth Morgan[1], nel suo manuale Images[2], Le metafore dell’organizzazione[3]

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rappresenta lo strumento di risoluzione definitiva dei conflitti di interesse. Dal potere dipende chi ottiene che cosa, quando e come. Ne “La fine del potere” Moisés Naìm[1]

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inizia la sua prefazione dicendo che il potere può sembrare un concetto astratto, ma che per coloro che lo esercitano abitualmente, cioè i potenti, i suoi alti e bassi possono avere una forza viscerale.

Quest’ultimo concetto dovrebbe essere ben chiaro al Primo Ministro Italiano Matteo Renzi, visto quello che sta succedendo in questi giorni. “Non c’è un problema tra il governo italiano e la Commissione”, ma “un dibattito a volte condotto con dichiarazioni maschie e virili”. “E’ normale in democrazia e non porta a conseguenze”, ha detto ieri Jean-Claude Juncker, cercando di porre fine al conflitto esploso nelle ultime settimane tra Matteo Renzi e la sua Commissione europea. “Non credo che l’Italia sia un problema”, ha aggiunto il presidente dell’Europarlamento, il socialdemocratico tedesco Martin Schulz. A marzo è attesa la proposta di revisione del Trattato di Dublino, con la fine dell’obbligo per i paesi di primo approdo di tenersi i migranti e l’instaurazione di un sistema quasi automatico di ricollocazione dei chiedenti asilo. La decisione della Commissione di aprire un’indagine per aiuti di stato illegali su 2 miliardi all’Ilva dimostra che battere “i pugni sul tavolo” può far male. Lo scenario quotidiano è quello di una lotta tra poteri contrapposti.

Secondo il politologo Robert Dahl, il potere consiste nella capacità di far sì che un altro individuo faccia qualcosa che altrimenti non avrebbe fatto. Morgan[1] elenca le più importanti fonti del potere organizzativo:

  1. L’autorità formale
  2. Il controllo delle risorse scarse
  3. Lo sfruttamento delle strutture, delle norme e dei regolamenti organizzativi
  4. Il controllo dei processi decisionali
  5. Il controllo della conoscenza e dell’informazione
  6. Il controllo dei rapporti di confine
  7. La capacità di gestire situazione incerte
  8. Il controllo della tecnologia
  9. Le alleanze, i reticoli di alleanze e controllo della “organizzazione informale”
  10. Il controllo delle contro-organizzazioni
  11. La gestione dei simboli e dei significati
  12. La gestione dei rapporti tra i due sessi
  13. Il controllo dei fattori strutturali che condizionano lo scenario
  14. Il potere posseduto.

Descrivendo il potere posseduto Morgan dice che il potere è anche una strada verso il potere: può essere utilizzato per acquisire maggiore potere. I politici, ma anche i manager, molto spesso, legano l’uso del potere ad accordi di tipo informale: ciò che viene concesso oggi sarà restituito domani. Il potere, inoltre, ha molto in comune con i modelli di dipendenza asimmetrica, ha a che fare con la capacità di definire le realtà per gli altri in modo da indurli a percepire e attivare quelle relazioni che si desiderano. Non è chiaro se il potere è posseduto e esercitato da individui autonomi o se i titolari del potere non siano altro che dei portatori di relazione di potere, a loro volta prodotte da forza molto più profonde.

Naìm ci dice che il potere sta decadendo, disperdendosi e diventando più effimero: chi detiene il potere è più vincolato rispetto a un tempo, il suo controllo è meno saldo rispetto ai suoi predecessori, la permanenza in carica è più breve. Capire come sta cambiando la natura del potere[1] (chi lo detiene, come è distribuito e verso dove sta andando) è fondamentale per chiunque voglia fare business, ora e nei prossimi anni. Il nuovo potere, attinge alla capacità (e al desiderio) crescente che le persone hanno di partecipare secondo modalità che vanno oltre il consumo. Fra questi comportamenti vi sono la condivisione (prendere il contenuto di altri e condividerlo con il proprio pubblico), il plasmare (rimescolare o adattare contenuti o beni esistenti, riempiendoli di nuovi messaggi o un nuovo gusto), il finanziare (sostenere con denaro), il produrre (creare contenuti od offrire prodotti e servizi a una comunità) e il co-possedere.

La stragrande maggioranza delle organizzazioni riconosce che la natura del potere sta cambiando, ma sono relativamente poche quelle che hanno capito come diventare influenti e produrre un impatto in questa nuova era. Le aziende a volte introducono un pizzico di tecnologia di facciata, ma senza modificare i propri modelli o valori di fondo. La globalizzazione economica offre ulteriori motivi per celebrare la decadenza del potere fra i grandi protagonisti tradizionali: imprese piccole e situate in paesi remoti privano ormai di quote di mercato aziende un tempo celebri: le start up introducono nuovi modelli aziendali che fanno barcollare i giganti.

Sappiamo che il fulcro della vitalità del business è il profondo legame fra innovazione e distruzione creatrice; però gli scombussolamenti a cui assistiamo quotidianamente senza la decadenza del potere non avrebbero mai potuto verificarsi.[2]

 

[1] Comprende il nuovo potere JEREMY HEIMANS E HENRY TIMMS HBR ITALIA, Dicembre 2014

[2] [2] Moisés Naìm, La fine del potere, Mondadori 2013, pag 307-308

[1] Morgan, pag 228 del suo Manuale, Images Le metafore dell’organizzazione

[1] Moisés Naìm, La fine del potere, Mondadori 2013

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Gareth_Morgan_(author)

[2] https://en.wikipedia.org/wiki/Gareth_Morgan_(author)#Images_of_Organization.2C_1986

[3] http://scienzepolitiche.unical.it/bacheca/archivio/materiale/1228/TRIENNALE%20KR%2009-10/Lezione%2017.12/LE%20METAFORE%20ORGANIZZATIVE.ppt

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In nome della Realpolitik

Posted on 27th January 2016 in taccuino

In origine fu il Machiavelli ad osservare e descrivere ne Il Principe come il solo scopo per un governante fosse la ricerca e il mantenimento del potere, indipendentemente da questioni religiose o morali.

Successivamente, Ludwig Von Rochau, scrittore tedesco del XIX secolo, seguendo l’attività di Otto von Bismarck, continuatore della politica di Klemens Metternich, finalizzata alla ricerca di un equilibrio fra gli Imperi Europei attraverso l’arte della diplomazia, coniò il concetto termine di Realpolitik.

Non so cosa ne pensiate voi, ma credo che l’archeologo Khaled Asaad, strenuo difensore del sito di Palmira, non l’avrebbe presa benissimo. Il quesito che mi pongo e voglio condividere con voi è il seguente: è giusto, in nome della Realpolitik, mettere il velo ai segni tangibili di quattromila anni di storia occidentale?

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A corollario del quesito vale la pena di ricordare che in Iran i diritti umani non se la passano benissimo. Nel 2014 sono state eseguite le sentenze di morte di almeno 753 persone, nei primi dieci mesi del 2015 sono state “giustiziate” più di 830 persone, una media di quasi tre al giorno. La maggioranza di queste esecuzioni è avvenuta per reati connessi al traffico di droghe. Nei loro periodici rapporti, diverse qualificate organizzazioni per i diritti umani, confermano l’uso generalizzato della tortura per ottenere delle confessioni forzate, processi iniqui e mancanza di avvocati in molti casi che comportano la pena di morte.

Pensiamoci.

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Il levante spazza via lo smog e lo rimpiazza con il figlioccio Zalone

Posted on 6th January 2016 in taccuino

Giusto qualche giorno fa parlavamo con amici via Facebook cercando di indovinare con quale argomento i giornali avrebbero sostituito l’allarme smog una volta che si sarebbe alzato il vento e la pioggia salvificamente avrebbe terminato il lavoro. Non ho controllato se nei giorni passati ci sia stato vento di levante, una cosa è certa, a farla da padrone sui giornali dal 3 gennaio, con il toto incassi, una cascata di recensioni, spiegazioni non richieste, analisi fotogramma per fotogramma, è il levantino Checco Zalone. restoumile

Addirittura sono scesi in campo le firme più mediatiche del Fatto Quotidiano e la super penna di Marco Travaglio ha travalicato il film per andare punteggiare il profilo del pubblico che ama parlarne e discuterne (sarà mica reato anche questo?) e attaccare il premier Matteo Renzi, reo di salire anche questa volta sul carro del vincitore, creativamente, coniando il neologismo Renzalone. La cosa che mi ha colpito di più è stato un post di un altro mio amico, il quale ha scritto, alla Nanni Moretti (“mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”), di non sapere se andrà a vedere il film ma in ogni caso ci consiglia di leggere un articolo di Internazionale dal pesante titolo “Il coraggio che manca a Checco Zalone“. In attesa che Checco Zalone diventi cuor di leone, voglio fidarmi ugualmente di lui e della sua promessa di rimanere umile nonostante diventerà il campione di incassi assoluto della storia del cinema. Tutto ciò, non so perchè, mi ha fatto tornare alla mente Andy Wharol ed i suoi diari presenti nella mia libreria.

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In particolare mi sono ricordato di quando chiesero a Warhol perché avesse dipinto le lattine di zuppa Campbell e lui rispose: “Sono state il mio pranzo quotidiano, ogni giorno. Per vent’anni”.

Buona Befana a tutti voi.

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Polarizzazioni

Posted on 5th January 2016 in quaderno

Secondo il vocabolario Treccani[1], il significato di polarizzazione è nel linguaggio scientifico, in particolare in fisica, ogni processo in seguito al quale si manifesta una concentrazione di effetti, forze, ecc., verso particolari punti (detti poli), per lo più di due nature contrapposte, tipico di fenomeni elettrici o magnetici; per estensione, qualunque processo in seguito al quale un corpo o un sistema di corpi presenta una polarità, ossia una proprietà che individua una orientazione privilegiata; lo stesso termine, opportunamente specificato, indica anche la grandezza fisica che quantifica tale proprietà. Dal punto di vista sociologico e economico, la polarizzazione è uno dei trend più importanti da seguire a livello globale. Se non altro almeno per amore di patria dato che il primo che osservò una polarizzazione nei fenomeni economici fu Vilfredo Pareto[2] che coniò l’assioma dell’80/20 osservando che l’80% delle terre era posseduto dal 20% dei proprietari. La regola dell’80/20 non è una legge rigida né una regola che va bene per spiegare tutti i fenomeni ma in alcune circostanze può rappresentare perfettamente la fotografia di un mercato o di una particolare situazione.

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Alcuni esempi di polarizzazioni

1)[3]Metà degli americani non paga tasse sul reddito. E tre quarti dei nuclei familiari arriva, al massimo, ad un’aliquota marginale del 15%. In questo sistema l’84% dei $1.4 trilioni di entrate dalla tassa sul reddito viene pagato solo dal 20% più ricco, gente che guadagna almeno $10,000 al mese.

2) [4] 3,4 miliardi di adulti hanno meno di 10mila dollari a testa, il 3% della ricchezza mondiale, mentre i più ricchi, lo 0,7% degli adulti, possiedono 45,2% della ricchezza mondiale (Global Wealth Databook 2015). Il 92% della popolazione adulta mondiale ha il 15,5% della ricchezza del mondo. L’8% della popolazione adulta mondiale ha l’84,5% della ricchezza del mondo. Secondo lo studio di Credit Suisse, in Italia il 2,3% ha più di un milione, il 47,7% ha tra 100mila e un milione, il 37,6% ha tra 10mila e 100mila dollari, il 12,4% ha meno di 10mila dollari. La Germania ha la stessa percentuale di ricchi, più del doppio meno abbienti. Il Regno Unito ha il doppio di quota dei ricchi e meno poveri in percentuale. In generale lo studio osserva che la classe media si è molto arricchita nel corso del secolo scorso e fino alla crisi finanziaria iniziata nel 2007/2008. Dopo di allora la ricchezza si è andata concentrando tra i più ricchi.

Di solito la ricchezza dipende dal reddito, che spesso è collegato al lavoro o alla professione che si svolge. E qui troviamo un’altra polarizzazione che spiega, in parte, il punto precedente.

3) [5] Soffermandosi sul contenuto di competenze dei lavori creati o distrutti in Italia negli ultimi 5 anni, molto è cambiato, nel nostro mercato del lavoro. Dal 2011 in avanti si sta assistendo a una robusta polarizzazione nella creazione d’impiego: i lavori creati sono agli estremi della scala di competenze. Assistiamo, allo stesso tempo, a una creazione netta di lavoro non specializzato e di managers/professionisti, mentre le occupazioni mediane, fatte di colletti bianchi e operai specializzati hanno subito dal 2011 perdite consistenti, nell’ordine del 2.5 e del 12%. Il trend di polarizzazione è certamente comune alla maggioranza di paesi OCSE. I settori economici in cui sono stati creati posti di lavoro aggiuntivi nelle professioni più pagate sono i servizi finanziari e i servizi ad alta specializzazione alle imprese (ICT, data, accounting). Le attività legate al turismo, all’agro-alimentare, ai servizi alla persona e i servizi non specializzati alle imprese hanno contribuito positivamente alla creazione netta d’impiego, ma come quest’ultimo sia, nella sua stessa natura, poco specializzato e poco retribuito.

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4) Concludiamo questo elenco di esempi di polarizzazioni accennando, in omaggio al medium che utilizza chi scrive, alla polarizzazione delle opinioni online. Giusto un paio di esempi a) insulti sistematici nei social media per chi è portatore di opinioni diverse dalla propria b) tendenza a frequentare ed utilizzare i social media od i gruppi online con i quali ci si trova in sintonia. Tutto ciò porta alla mancanza di approfondimento e all’assenza di confronto, un contesto eccellente per chi fa dello storytelling (da qualche parte già definito narrare in assenza di una storia, ripetere ad libitum; un pò come friggere con l’acqua) la strategia di promozione e persuasione vincente.

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/polarizzazione/

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Principio_di_Pareto

[3] http://noisefromamerika.org/articolo/speriamo-che-ricchi-diventino-ancora-piu-ricchi

[4] https://www.credit-suisse.com/it/en/about-us/research/research-institute/global-wealth-report.html

[5] http://www.linkiesta.it/it/article/2015/06/22/la-polarizzazione-del-lavoro-unecatombe-per-la-classe-media-italiana/26393/

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Punti di vista

Posted on 31st December 2015 in quaderno

Uno dei testi più significativi che ricordo di aver letto negli ultimi 10 anni è il Cigno nero di Nassim Nicholas Taleb. Sovente mi tornano alla mente paragrafi, frasi, o concetti espressi nel libro. Spesso accade per questioni professionali; con identica regolarità si accendono nella mia memoria alcuni passaggi del libro mentre leggo un articolo di attualità o rifletto rispetto ad alcuni interventi da parte degli amministratori pubblici.

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L’agenda globale attuale è piena di situazioni intricate ed interessanti, a volte addirittura notevoli per il loro impatto immediato, potenziale o prospettico nella vita di molti degli abitanti dei paesi sviluppati o in via di sviluppo. Le lenti attraverso le quali leggere il palinsesto della storia che stiamo vivendo non sempre però sono calibrate bene e così ci muoviamo, alla ricerca del miglior oculista, delle lenti adeguate e corrette, per cercare di focalizzare meglio le storie che ci circondano, utilizzando più fonti mediatiche anche attraverso le piattaforme dei social media che molti di noi fanno diventare strumenti di comunicazione delle proprie opinioni e per alcuni diventano grimaldelli per tentare la persuasione del prossimo.

In ogni caso non sempre tutto ci appare chiaro. Almeno non a tutti. Perché accade questo?

Taleb[1], ci spiega che “la storia è opaca. Si vedono i risultati, ma non il copione che produce gli eventi, il generatore della storia………quando la mente umana entra in contatto con la storia soffre di tre disturbi, ossia di quella che chiama <<triade dell’opacità>>. I disturbi sono i seguenti:

  • L’illusione della comprensione, ossia il fatto che ognuno di noi crede di sapere come stanno le cose in un mondo che è molto più complicato (o casuale) di quello che pensiamo;
  • La distorsione retrospettiva, ossia il fatto che possiamo valutare le cose solo dopo che sono avvenute, come se le vedessimo in uno specchietto retrovisore (in questo sport i campioni del mondo sono gli economisti);
  • La sopravvalutazione delle informazioni fattuali e l’handicap delle persone autorevoli e colte, in particolare quando creano categorie, quando <<platonizzano>>”.

Rispetto all’attualità – Dicembre 2015 – uno dei temi che la fa da padrone sui quotidiani nazionali è lo smog nelle città. Cercando però di mettere il naso nel tema, di approfondire la conoscenza sull’argomento, di leggere delle soluzioni, delle proposte, dei dati a suffragio delle tesi che si contrappongono, tutto diventa vacuo e vaporoso e si ritorna alla chiacchiera da bar, che va benissimo beninteso.

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Andando però a ficcare il naso ho trovato alcune cose interessanti:

  • [2] L’inquinamento atmosferico nelle nostre città è in calo da diversi decenni. Nei primi anni ’70 in una città come Milano o Torino, la concentrazione media annuale di queste polveri era superiore ai 150 microgrammi per metrocubo di aria. Oggi le centraline di rilevamento ci forniscono valori medi nell’intorno dei 40-50 microgrammi. Vi è quindi stata una flessione dell’ordine del 70%
  • [3]L’Italia del nord che è una delle zone europee ove, a causa delle particolari condizioni meteorologiche, più elevate sono le concentrazioni di inquinanti e dove, stando ad un recente rapporto dell’Agenzia Europea per l’ambiente, vi è il record di morti premature per smog  è anche in testa alle classifiche relative all’aspettativa di vita media che è pari a quella della Spagna e superiore di oltre un anno rispetto a quella di Germania e Regno Unito e di alcuni mesi rispetto alla Francia.
  • [4]Nel 2005, in Italia, avevamo 10,4 milioni ettari di bosco (circa un terzo della nostra superficie); dieci anni dopo l’estensione è salita ad 11 milioni. Il che vuol dire 600mila ettari di boschi in più. In Europa la superfice boschiva è cresciuta di 17,5 milioni di ettari.
  • [5]Umberto Veronesi: «Morti premature è un termine ambiguo su cui sono scettici molti scienziati. Tumori al polmone e malattie cardiovascolari riconducibili in qualche modo all’aria che respiriamo sono in diminuzione».

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Come ho scritto prima, tra i vari posti dove andare a ficcare il naso, c’è sempre la mia biblioteca, ricca come tutte le biblioteche che si rispettino, di libri non letti, che a volte possono essere più preziosi di quelli letti, proprio perché contengono cose nuove che non sappiamo. Questa volta però ho messo in naso all’insù, ho tirato su il braccio destro ed ho afferrato con la mano SuperFreakonomics di Stevan D. Levitt e Stephen J. Dubner[6].

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L’ho aperto a pag 9 ed immediatamente ho trovato quello che cercavo :”Quando il mondo si ritrovò sulla soglia della modernità, divento molto più popolato, e lo fece molto rapidamente. La maggior parte dell’espansione ebbe luogo in centri urbani come Londra, Parigi, New York e Chicago. Negli Stati Uniti, i residenti delle città aumentarono di 30 milioni nel corso del XIX secolo e metà di questo incremento si verificò negli ultimi 20 anni. Ma mentre questa fetta di umanità sciamava in lungo e in largo assieme ai propri averi, si presentò un problema. Il principale mezzo di trasporto produsse una gran quantità di quei sottoprodotti che gli economisti chiamano esternalità negative, tra cui blocchi alla circolazione, costi assicurativi elevati e un numero eccessivo di vittime della strada. Il raccolto che prima sarebbe finito sulla tavola della famiglie serviva come carburante e questo fece aumentare il prezzo dei prodotti alimentari, diminuendone la disponibilità. E poi c’erano l’inquinamento atmosferico e le emissioni tossiche, che minavano l’ambiente e la salute. Stiamo parlando delle automobili, vero? In realtà, no. Siamo parlando dei cavalli….il rumore delle ruote ferrate delle carrozze e degli zoccoli era talmente opprimente da provocare disturbi nervosi su larga scala e da indurre alcune città a bandire il passaggio dei cavalli nelle adiacenze degli ospedali e di altre aree sensibili (praticamente le ZTL)……essere travolti da un cavallo o da una carrozza era drammaticamente probabile, nel 1900 gli incidenti causati da cavalli provocarono a New York 200 morti, uno ogni 17.000 abitanti. Nel 2007, a New York, in incidenti stradali sono morte 274 persone, uno ogni 30.000 abitanti. La cosa peggiore era lo sterco, con 200.000 cavalli a spasso per New York, si producevano 2300 tonnellate di letame, al giorno. Un massa di sterco, spaventosamente insalubre. Nel 1898 New York ospitò la prima conferenza internazionale sulla programmazione urbanistica. L’argomento all’ordine del giorno era il letame di cavallo, perché in tutto il mondo i centri urbani stavano vivendo gli stessi problemi. Ma non si riuscì a trovare una soluzione. Il pianeta, apparentemente, aveva raggiunto un punto in cui le sue più grandi città non erano in grado di sopravvivere senza i cavalli, ma neppure con loro.

Il problema, come è noto a tutti, fu risolto da un’innovazione tecnologica. L’automobile venne proclamata “salvatrice dell’ambiente”. Apparentemente la soluzione che ha salvato il XX secolo mette a rischio i cittadini urbani del XXI secolo. Quando la soluzione ad un problema non è chiara e limpida davanti a noi, molti sono portati a pensare che non ne esista nessuna. I giornali di questi giorni ce lo stanno dimostrando.

In generale come è andato l’anno che si è appena concluso?

Direi bene, molto bene. Per alcuni è stato l’anno migliore di sempre a livello globale.[7] Vediamo in sintesi i perché.

  • il 2015 ha registrato un miglioramento costante della qualità della vita per gran parte degli abitanti del nostro pianeta, insieme a innovazioni tecnologiche e che fanno ben sperare per l’anno nuovo;
  • la percentuale di popolazione mondiale denutrita ècalata dal 19 per cento del 1999 all’11 per cento di oggi;
  • I vaccini distribuiti in passato hanno contribuito a salvare un numero maggiore di persone quest’anno, dato che proteggono per tutta la vita, o almeno per parecchi anni.
  • Le Nazioni Unitehanno reso noto che la mortalità infantile si è più che dimezzata dal 1990, indipendentemente dalle cause: in pratica ogni anno sopravvivono 6,7 milioni di bambini sotto i cinque anni in più rispetto al 1990.
  • Il 2015 ha visto anche la percentuale più bassa da sempre di bambini che non ricevono un’istruzione primaria: secondo le Nazioni Unite, ce n’è meno di uno ogni dieci. Il numero di bambini che non vanno a scuola è calato da cento milioni nel 2000 a 57 milioni, che era l’obiettivo previsto per il 2015.

Dunque il mondo è più istruito, più nutrito, più sano, e sembra anche avviato a diventare più ricco.

  • A ottobre, il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha previsto per il 2015 una crescita del 4,0 per cento nei paesi emergenti e in via di sviluppo: un rallentamento rispetto al 7 o 8 per cento raggiunto negli ultimi 15 anni, ma pur sempre ben al di sopra della crescita demografica.
  • A settembre, la Banca mondiale ha dichiarato che per la prima volta in assoluto meno del dieci per cento della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà estrema, cioè con meno di 1,9 dollari al giorno: molto meno del 37 per cento registrato nel 1990.
  • I paesi in via di sviluppo e quelli industrializzati hanno visto migliorare le prospettive sul proprio futuro grazie alla globalizzazione.

Gli obiettivi indicano la direzione giusta: si fondano sugli enormi progressi conseguiti negli ultimi 15 anni e fanno sperare che, lavorando di comune accordo, l’umanità possa fare ancor meglio nei prossimi 15. La combinazione di quei progressi con questa potenzialità spiega perché il 2015 è stato l’anno migliore in assoluto nella storia per gli esseri umani – e perché quasi sicuramente il 2016 sarà anche migliore.

Buon anno a tutti!

 

Note

[1] Pag 31 e 32

[2] http://www.leoniblog.it/2015/12/28/smog-lemergenza-che-non-ce/

[3] http://www.leoniblog.it/2015/12/28/smog-lemergenza-che-non-ce/

[4] http://blog.ilgiornale.it/porro/2015/12/29/ecco-la-verita-sullo-smog-2/#

[5] http://blog.ilgiornale.it/porro/2015/12/29/ecco-la-verita-sullo-smog-2/#

[6] SuperFreakonomics di Stevan D. Levitt e Stephen J. Dubner pag. 9 e 10 e 11

[7] http://www.internazionale.it/notizie/2015/12/28/notizie-2015

http://www.cfr.org/global/prospects-global-economy-2016/p37400?cid=rss-fullfeed-prospects_for_the_global_econo-122815

https://www.imf.org/external/pubs/ft/weo/2015/02/pdf/text.pdf

https://openknowledge.worldbank.org/handle/10986/22547

http://www.worldhunger.org/articles/Learn/world%20hunger%20facts%202002.htm

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Dialettica: tesi, antitesi e sintesi

Posted on 18th August 2015 in quaderno

La dialettica è uno dei principali metodi argomentativi della filosofia. Essa consiste nell’interazione tra due tesi o princìpi contrapposti (simbolicamente rappresentati nei dialoghi platonici da due personaggi reali) ed è usata come strumento di indagine della verità.

L’etimologia deriva dai termini della lingua greca antica dià-legein (cioè «parlare attraverso», ma anche «raccogliere») + tèchne, ovvero “arte” del dialogare, e del riunire insieme”. (Tratto da Wikipedia)

Io sono cultura. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi  arrivato alla quinta edizione e realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere,

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descrive “un’Italia che punta sulla cultura e la creatività per rafforzare le manifatture, come già fanno Germania, Gran Bretagna, Giappone e Corea. Che punta sul suo soft-power e che dimostra, bilanci alla mano, che con la cultura si mangia, eccome. E si costruisce il futuro. Infatti, alle imprese del sistema produttivo culturale italiano (industrie culturali, industrie creative, performing arts e arti visive, attività legate alla gestione del patrimonio storico artistico e produzioni di beni e servizi a driver creativo) si devono oggi 78,6 miliardi di euro (5,4% della ricchezza prodotta in Italia). Che arrivano a 84 circa (il 5,8% dell’economia nazionale) se includiamo istituzioni pubbliche e non profit. Ma il valore trainante della cultura non si ‘limita’ a questo. Contamina, invece, il resto dell’economia, con un effetto moltiplicatore pari a 1,7: per ogni euro prodotto dalla cultura, cioè, se ne attivano 1,7 in altri settori. Gli 84 miliardi, quindi, ne ‘stimolano’ altri 143, per arrivare a 226,9 miliardi prodotti dall’intera filiera culturale, col turismo come principale beneficiario di questo effetto volano. Le sole imprese del sistema produttivo culturale (443.208, il 7,3% del totale delle imprese italiane) danno lavoro a 1,4 milioni di persone, il 5,9% del totale degli occupati in Italia (1,5 milioni, il 6,3%, se includiamo pubblico e non profit). Per non parlare delle ricadute occupazionali – difficilmente misurabili ma indiscutibili – su altri settori, come il turismo”. Queste sono le principali cifre riassunte nella premessa del rapporto di ricerca firmata da Ermete Realacci (Presidente Fondaziona Symbola) e Ferruccio Dardanello (Presidente Unioncamere).

 Non si tratta di conservare il passato, ma di mantenere le sue promesse. (Theodor Adorno)

Ben saldo nel solco di questa visione si colloca il testo di qualche anno fa di Bruno Arpaia e Pietro Greco “La Cultura si mangia!

La cultura si mangia!

A pagina 23 gli autori scrivono “Non ci vuole molto a dimostrare che è proprio la cultura a generare, spesso in forme nuove legate alle tecnologie emergenti, valore economico e sociale. Tanto è vero che, negli ultimi dieci anni (destra, sinistra o “tecnici” al governo), i sovvenzionamenti  alla cultura sono passati dal 2,1 per cento dell’intera spesa pubblica del 2000, all’1 per cento del 2008, allo 0,2 per cento o poco più del 2012…..e poi proseguono a pag 24 L’idea di base è che la cultura è un lusso che non ci possiamo più permettere, un vuoto a perdere che ingoia risorse più utili altrove….ancora a pagina  33 ….La drammatica sottovalutazione del potenziale strategico della cultura, e il sostanziale disinvestimento che ne è la conseguenza, stanno così progressivamente togliendo spazio ed energia al nostro posizionamento globale in termini di valore aggiunto culturale legato all’identità della nostra produzione.

In riferimento per lo più alle attività legate alla gestione del patrimonio storico artistico sono riportate e sostenute idee diametralmente opposte dagli autori di Kulturinfarkt pamphlet di successo in Germania, uscito in Italia nel 2012, il cui sottotitolo “Troppo di tutto e ovunque le stesse cose” è stato tradotto in “Azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura

Kulturinfarkt

 

un po’ come il titolo del film “Eternal sunshine of the spotless mind” fu tradotto in “Se mi lasci ti cancello”.

eternal semilasci

Il libro, ben documentato, in poche parole ci dice che la politica culturale è bloccata da un immobilismo determinato dalla mentalità (auto)conservatrice tipica delle corporazioni di chi è inserito all’interno del sistema degli incentivi statali; quello che conta è l’assistenza culturale minima dove tutti (o quasi tutti) devono essere assistiti: il denaro va bene, il mercato no, la sovvenzione rende liberi, il mercato riduce in schiavitù.

Come ha scritto Hegel, a questo punto, sarebbe utile proporre un punto di sintesi: l’analisi è una tappa fondamentale del percorso dialettico razionale che coglierà nella sintesi l’oggetto nella sua unità e totalità, conservando la complessità evidenziata dall’analisi.  

Per farlo utilizzerò una esperienza personale. Di recente ho visitato la Certosa di San Lorenzo a Padula (SA) un posto magnifico, ricco di significati che invito tutti a visitare. Il tour  nella Certosa mi ha fatto balzare alla mente il ricordo del film “Il Grande silenzio

ilgrandesilenzio

pellicola  che racconta senza commentare la vita monastica ne “La Grande Chartreuse” la prima casa dell’ordine fondato da San Bruno nel 1084 in Francia.

Nella visita  della Certosa di San Lorenzo si passa per la magnifica cucina e qui sono venuto a conoscenza della frittata di 1000 uova che fu preparata il 10 Agosto del 1535, insieme ad altre pietanze, per sfamare Carlo V ed il suo esercito di circa 300 persone di ritorno dopo aver sconfitto, a Tunisi in una cruenta battaglia, l’ammiraglio ottomano, Khayr al-Din (detto Barbarossa). Ogni anno, il 10 di Agosto, per la notte di San Lorenzo, nella splendida cornice della corte esterna della Certosa di San Lorenzo, viene preparata la grande frittata, in ricordo di quella preparata per Carlo V, che viene poi offerta ai partecipanti ai festeggiamenti.

La Certosa di Padula, dal 2002 al 2004, è stata teatro della manifestazione triennale di arte contemporanea Le Opere e i Giorni; dal 2003 al 2005 di Ortus Artis, iniziativa sull’architettura del paesaggio contemporaneo; nel 2006 della realizzazione del progetto di arte-natura di Fresco Bosco a cura di Achille Bonito Oliva. La nuova mission del monumento ha conquistato nuove fasce di pubblico, innalzando il flusso dei visitatori al livello di circa 135.000 presenze annue.

Le opere furono istallate dagli artisti direttamente nelle celle dei certosini. Le opere, purtroppo, continuano ora a risiedere nelle celle dei certosini senza che nessuno possa vederle. Perché non sono accessibili? Per mancanza di personale. Tutto ciò non succede solo a Padula, basti pensare ai recenti accadimenti di Pompei.

Inoltre, sempre nella Certosa, sono depositate in un’ala fuori dalla visita, moltissime opere, alcune delle quali giacciono lì da circa 30 anni. Sul tema dei depositi con l’Istituto Bruno Leoni abbiamo scritto qualche anno fa un briefing paper.

Prima di concludere, aggiungo un paio di note che riguardano le opere di arte contemporanea realizzate da importanti artisti, italiani e non, coordinati da Bonito Oliva:

  • Le opere, che fanno riferimento tutte alla vita dei certosini, sono state ispirate da tre temi centrali: il Verbo, il Precetto, la Vanitas.
  • Di recente alcune delle celle sono state rese accessibili grazie all’iniziativa “Padula contemporanea” che si svolge ogni venerdì e sabato dalle 11 alle 16.

Ora, rispetto a quanto detto in premessa, gli autori che abbiamo citato risolverebbero la questione in due modi diametralmente opposti:

  • I primi chiederebbero lo stanziamento di fondi (permanenti?) per rendere disponibile del personale da allocare all’uopo per l’arte contemporanea;
  • I tedeschi chiederebbero di spostare le opere in un Museo di Arte contemporanea o di farne delle mostre temporanee su commissione.

Che sintesi proporre?

  • I fondi si possono stanziare, ma sulla base di un progetto che preveda obiettivi chiari ed indicatori misurabili dei risultati (rotazione del personale; visitatori paganti; cittadini coinvolti; imprese sostenitrici attivate; etc);
  • Se i risultati non si raggiungono i fondi si chiudono o si riducono sulla base della distanza dagli obiettivi prefissati;
  • Creare un sistema di offerta stratificato (biglietto per tour completo, biglietto solo per l’arte contemporanea, visite esclusive, eventi su commissione; etc)
  • Accentrare funzioni di accoglienza alla Certosa di Padula;
  • Organizzare un piano fattibile ma reale di incentivi per il personale sulla base del raggiungimento di risultati concordati;
  • Coinvolgere i cittadini assegnando dei ruoli a chi si offre volontario, dopo averli formati adeguatamente.

A corollario della sintesi:

  • Mai più finanziamenti a pioggia erogati come se non ci fosse un domani: le opere ci sono ma le celle, passata la festa (il finanziamento), restano chiuse, perché?
  • Nessuno degli autori sarebbe d’accordo con l’immobilismo messo in atto: le celle restano chiuse perché non c’è personale a sufficienza.
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Notizie di ferragosto

Posted on 21st August 2014 in taccuino

Confesso, avevo perso la notizia. Se devo pensar male, sì lo so, si commette peccato, ma spesso ci si azzecca. Ecco se devo pensar male posso dire che probabilmente la diffusione della notizia in Italia volutamente è stata posticipata alla settimana di ferragosto. Ah già, la notizia. Eccola. La Commissione Europea, un mese fa, ha inviato una lettera al nostro  Governo in cui a chiare lettere ha respinto il progetto predisposto dall’esecutivo per i fondi europei 2014-2020.

Perchè?

Perchè non abbiamo una strategia, un’idea, un piano, una visione.

Cosa ci rimproverano?

  • Mancanza di una strategia per l’Agenda digitale;
  • Calo significativo dei fondi per l’innovazione;
  • Identificazione non sufficiente degli interventi strutturali necessari per far guadagnare competitività alle imprese;
  • Regimi di aiuto generalisti da evitare;
  • Assenza di un piano strategico per la cultura;
  • Risorse per combattere l’abbandono scolastico al Sud troppo basse.

Come scrivevo nel post di due giorni fa, il futuro è stato sostituito con un presente ingombrante, paludoso, un tantino sciatto e noioso.

 

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Previsioni per il PIL italiano del 2014

Posted on 21st August 2014 in taccuino

Aumenterà. Perché? Da Settembre 2014 gli Stati membri della UE adotteranno il nuovo sistema europeo dei conti nazionali e regionali – Sec 2010 – in sostituzione del Sec 95.

Dal punto di vista dello scrivente sono due le principali novità:

  1. La capitalizzazione delle spese in ricerca e sviluppo. Si prevede per Svezia e Finlandia un impatto positivo sui conti dei rispettivi paesi, addirittura tra il +4%  e il +5%;
  2. L’inserimento delle attività illegali frutto di un consenso reciproco: traffico di droga, prostituzione e contrabbando. Della serie se non puoi sconfiggerli, alleatici.
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Consigliato agli aspiranti e ai professionisti della politica

Posted on 19th August 2014 in libri

Menti Tribali. Perché le brave persone si dividono su politica e religione

Ho comprato questo libro mesi e l’ho divorato durante la settimana di ferragosto. Il testo è arrivato ai vertici della classifica del New York Times (così riporta la seconda di copertina). L’autore, Jonathan Haidt, psicologo morale, è un grande indagatore dei fattori che regolano e indicano le nostre scelte.

Attraverso la ricerca ha individuato sei fondamenti della morale:

  • Protezione/Danno
  • Correttezza/Inganno
  • Lealtà/Tradimento
  • Autorità/Sovversione
  • Sacralità/Degradazione
  • Libertà/Oppressione

L’autore mostra come i due estremi dell’arco politico fanno affidamento su ciascun principio in modo o in gradi diversi. A quanto sembra la sinistra fa affidamento soprattutto sui principi di protezione e correttezza, mentre la destra ricorre a tutti e sei.

Ogni commento a questo breve post è superfluo, per i politici o aspiranti tali la lettura è caldamente suggerita.

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Tecnologie schumpeteriane

Posted on 19th August 2014 in quaderno

Nel 1994, all’inizio del mio percorso universitario, mi imbattei in un testo del Prof. Domenico De Masi. All’epoca non conoscevo il Professore e non potevo sapere che sarebbe stato Relatore della mia Tesi di Laurea e avrebbe propiziato l’avvio del mio percorso professionale.

Il libro, snello e di immediata comprensione, si intitolava “Sviluppo senza lavoro”. Veniva spiegato bene che lo sviluppo scientifico, tecnologico e organizzativo aveva accresciuto il nostro benessere. Il dazio da pagare era la contrazione dei posti di lavoro disponibili.  Come uscirne? Gli scenari proposti erano due:

  • Equa distribuzione di lavoro e ricchezza
  • Conflitto sociale

Il buon senso indicava di disegnare un futuro senza conflitto.

Nel 1995 comprai in libreria “La fine del lavoro” di Jeremy Rifkin.

La tesi del libro è similare a quella di “Sviluppo senza lavoro”. Il testo è copioso perché ricco di dati che suffragano la tesi: eravamo arrivati alla terza rivoluzione industriale, la potenza di calcolo dei moderni elaboratori lasciava senza sedia e scrivania un numero crescente di lavoratori del terziario. Quelli del primario e del secondario erano già stati abbattuti dalla prima e dalla seconda rivoluzione industriale.

Per risolvere il problema Rifkin proponeva la riduzione dell’orario di lavoro (lavorare meno, lavorare tutti) affiancandola con uno sviluppo importante del terzo settore, il non profit per l’utilità sociale.

Leggendo i due libri decisi di seguire il percorso di ricerca sul campo biennale del Prof. De Masi e di laurearmi con lui.

Lo scorso anno, 2013, il McKinsey Global Institute ha esaminato più di 100 tecnologie in rapido sviluppo, ne ha individuate una dozzina di maggiore rilevanza e ne ha stimato l’impatto economico combinato tra i 14 e i 33 trilioni di dollari entro il 2025.

Del rapporto la cosa che più mi colpì la sintetizzai come elemento di scenario nel piano marketing che preparai per il Management Meeting di AchieveGlobal Italia di inizio Gennaio 2014.

Il titolo della slide era “Tecnologie dirompenti generano automazione nel lavoro intellettuale”:

– La nuova ondata di progressi tecnologici ci sta avvicinando ad una più pervasiva automazione del lavoro intellettuale       

  1. I computer stanno acquisendo la capacità di svolgere lavori che si riteneva potessero essere svolti esclusivamente dagli uomini
  2. I lavori intellettuali si compongono in genere di una serie di attività, l’automazione di una attività difficilmente renderebbe superflua un’intera posizione
  3. Tuttavia gli strumenti che si stanno diffondendo avranno un notevole impatto economico nella vita delle Imprese

– Il progresso nell’automazione del lavoro della conoscenza è consentito dallo sviluppo in tre aree principali

  1. Nella tecnologia informatica in termini di velocità dei processori e di capacità di memoria
  2. Nelle tecnologie di apprendimento automatico o machine learning
  3. Nelle interfacce utente naturale come le tecnologie di riconoscimento vocale
– Funzioni aziendali comuni, come il customer service, professioni tecniche che possono utilizzare le tecniche di deep learning, processi di management che prevedono analisi complesse di molti dati, saranno le aree più interessate ai processi di automazione

– I servizi professionali, tra cui quelli di management consulting & learning, dovranno essere ripensati per assorbire il grado di innovazione richiesto

Infine, alcune settimane fa, un rapporto di ricerca condotto dalla London School of Economics indicava che il 56% dei posti di lavoro in Italia è a rischio scomparsa entro due decenni. Il motivo? Digitalizzazione e automazione del lavoro, robot e macchine sempre più intelligenti ed autonome.

La lista completa di quelli a rischio:

  • Impiegati, chiaramente non tutti;
  • Il segretariato, tranne le star;
  • I magazzinieri, sono gli indiziati principali;
  • E udite, udite, i venditori;

La lista di quelli in posizione di sicurezza:

  • I ricercatori scientifici. In Italia pare non siano percorsi professionali comodi, trasparenti e redditizi;
  • Gli insegnanti. In Italia sono appena dietro i panettieri nella scala sociale;
  • Gli intramontabili avvocati;
  • I medici e gli infermieri. Le strutture italiane ne avrebbero bisogno, almeno quelle più impegnate, ma l’organizzazione non è in grado di assorbirle causa buco nero finanziario.
  • Gli artisti. Quelli con rendita senza dubbio.

Nel 2009 un noto antropologo francese, Marc Augè, portò in libreria un testo dal titolo “Che fine ha fatto il futuro?”. Sottotitolo “dai non luoghi al non tempo”. Il testo ci metteva di fronte al fatto compiuto, il futuro come luogo delle speranze e delle attese è dato per disperso “sul mondo si è abbattuto un presente immobile che annulla l’orizzonte storico e, con esso, quelli che per generazioni intere sono stati i punti di riferimento”.

Chiudo con due domande.

Di fronte a tutto ciò ha senso ancora parlare di Art. 18?

Se le previsioni sono corrette, varrebbe la pena di spostare qualche finanziamento destinato ad imprese decotte per mettere qualche fiches su ricerca, innovazione e cultura ancorandole a kpi da raggiungere?

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